
SAN GIOVANNI GEMINI – Nella Chiesa Madre di San Giovanni Gemini si è celebrato un anniversario speciale: cinquant’anni di sacerdozio di Padre Antonio Traina, frate cappuccino originario proprio di questa comunità, ordinato sacerdote nel 1976 nel giorno in cui la Chiesa celebra San Domenico di Guzmán. Una vita interamente dedicata al Vangelo, alla fraternità francescana e al servizio delle persone, attraversata da numerosi incarichi pastorali, dalla formazione dei giovani, dall’insegnamento, dall’ascolto, dalla guida delle comunità e anche da una difficile prova di salute affrontata con fede e affidamento alla Provvidenza.
Padre Antonio è nato a San Giovanni Gemini, in via Galluppi 4, l’11 agosto 1951, alle 2.30 del mattino. «Mia madre era precisa!», racconta con un sorriso. A causa di alcune difficoltà subentrate, fu battezzato il giorno successivo dall’arciprete monsignor Antonino Sansone. Il legame con i Francescani affonda le radici nella storia della sua famiglia. Già dal 1920, infatti, la famiglia Traina era vicina ai Francescani, come fra Francesco Manetta. Un ruolo importante nella sua vocazione lo ebbe anche il fratello Giuseppe, Pino per tutti, vicepresidente della Gioventù Francescana, che lo invitò a frequentare il convento dei Cappuccini di San Giovanni Gemini. Era quasi alla fine della quinta elementare quando gli venne proposta l’idea di entrare in seminario. Accettò.
Gli anni dell’infanzia e della prima adolescenza furono segnati dalla vivacità, dalla musica e dalla capacità di stare con gli altri. Partecipava ai campi scuola dei chierichetti e amava raccontare le storie ascoltate dai cantastorie nella piazza di San Giovanni Gemini. Quei racconti conquistavano gli altri ragazzi, che lo cercavano e gli volevano bene. Suonava anche nella banda musicale del paese, attività che continuò fino al 1° ottobre 1962, giorno in cui entrò nel seminario di Caltanissetta.
Padre Antonio ricorda che ha sempre amato lo studio e conserva con gratitudine il ricordo delle persone che accompagnarono il suo cammino verso la vocazione. Tra queste ricorda il Cavaliere Giuseppe Pellitteri, ministro secolare del Terz’Ordine Francescano, particolarmente zelante nell’aiutare i giovani, fra Raffaele di Casteltermini che seguiva la Gioventù Francescana e fra Luigi di Salemi, capace di indirizzare verso il seminario moltissimi ragazzi. Insieme a lui, tra i giovani sangiovannesi diventati francescani, ricorda Fra Francesco Biondolillo e Fra Vincenzo Scrudato.
Nel 1967-68 arrivò il noviziato a Caccamo e il 15 settembre 1968 la prima professione religiosa. Seguirono gli anni a Partinico, dove completò il liceo, conseguì la maturità classica, e poi frequentò cinque anni di teologia a Palermo, presso il nascente Istituto Teologico San Giovanni Evangelista.
L’8 agosto 1976 fu ordinato sacerdote dal Vescovo Gino Bommarito. Fu lo stesso Padre Antonio a chiedergli personalmente la disponibilità per l’ordinazione. Dopo l’ordinazione sacerdotale iniziò un lungo percorso di servizio nella Chiesa e nell’Ordine. Fu maestro dei novizi a Caccamo, insegnante di religione e superiore a Caltanissetta. Tra il 1983 e il 1985 si trasferì a Roma per approfondire gli studi di Teologia spirituale e francescanesimo presso l’Istituto Francescano di Spiritualità della Pontificia Università Antonianum. La sua tesi fu dedicata alla formazione nel post-noviziato, alle sue problematiche e alle sue prospettive, lavoro che concluse nel 1991.
Dal 1992 iniziò un lungo periodo nella provincia di Trapani. Per diciotto anni fu a Trapani, parroco di Nostra Signora di Fatima, dove conobbe l’attuale Arcivescovo di Agrigento Alessandro Damiano, allora parroco in un’altra chiesa limitrofa, e superiore per sei anni. Successivamente trascorse altri sei anni a Salemi, nella chiesa di Santa Maria della Confusione. In totale furono ventiquattro gli anni vissuti nella provincia di Trapani, al servizio delle comunità e delle persone incontrate lungo il cammino.
Nel 2015 arrivò una delle prove più difficili della sua vita. Durante un esame di routine gli venne diagnosticata la leucemia. Dopo gli accertamenti a Palermo, fu trasferito al San Raffaele di Milano perché i suoi parenti vivevano tutti al nord e lì lo avrebbero potuto seguire. Il primo trapianto di midollo fu possibile grazie alla donazione della sorella Agata. Rimase lontano dalla Sicilia per circa quattordici mesi. Il 1° giugno 2017 tornò a San Giovanni Gemini. Ma nel 2018 arrivò una recidiva e, nel gennaio 2019, dovette affrontare un secondo trapianto. Questa volta il donatore fu il nipote Salvatore Zimbardo, figlio di Agata, che con grande generosità disse: «Ho ricevuto tanto dalla famiglia, posso fare qualcosa anch’io». Padre Antonio guarda a quella vicenda come a un segno della Provvidenza, che ha poi accompagnato il nipote con la nascita di due splendidi figli.
Dal 2019 al 2023 Padre Antonio è stato a Palermo, nella comunità di Santa Maria della Pace. Sono seguiti tre anni a Caltanissetta, nella parrocchia San Michele, fino al nuovo incarico a Caccamo, iniziato il 12 luglio 2026. Oggi svolge il servizio di vicario parrocchiale accanto al guardiano della Chiesa Madre.
Cinquant’anni di sacerdozio sono, per Padre Antonio, soprattutto cinquant’anni di servizio. Servire il Signore attraverso le persone significa ascoltarle, accompagnarle, confessarle e cercare di offrire risposte alla luce del Magistero della Chiesa. Al centro rimane il desiderio di portare luce a chi attraversa situazioni difficili e vive senza riuscire a riconoscere la luce di Cristo crocifisso e risorto. C’è una frase dell’Eucaristia che Padre Antonio ripete spesso: «Questo è il mio sangue per voi e per tutti». In quelle parole ritrova il cuore della sua missione sacerdotale: Gesù non è morto soltanto per sé o per il Papa, ma «per ciascuno di noi». Per questo, secondo Padre Antonio, la cosa più importante è riuscire a far sentire a ogni persona che Gesù la ama. Anche la spiritualità francescana ha rappresentato e continua a rappresentare il filo conduttore della sua vita. Vivere San Francesco significa cercare l’unione con il Signore attraverso la preghiera e la fraternità, praticare la minorità, intesa come umiltà, e annunciare la pace. In un mondo attraversato da guerre, sofferenze, vendette e profonde inquietudini interiori, la vocazione francescana conserva per lui una missione essenziale: portare la buona notizia dell’amore di Dio. Non è un caso che proprio queste riflessioni siano state sintetizzate nel ricordino del cinquantesimo anniversario di ordinazione sacerdotale. Le parole «Ho versato il mio sangue per voi, per tutti» accompagnano la scena dei discepoli di Emmaus, tratta da uno schizzo di Pietro Buttitta. Un’immagine che racchiude il senso di un sacerdozio vissuto come dono e servizio.
C’è poi un particolare curioso e affettuoso legato al suo nome religioso. Da giovane, un frate, Padre Gaudenzio, lo chiamava Nazareno. Da quel momento, dal 1967, divenne per tutti fra Nazareno da San Giovanni Gemini. Ma quel nome non poteva essere utilizzato durante gli esami esterni: firmare un compito come fra Nazareno avrebbe potuto comportarne l’annullamento. Fu così che dovette tornare al nome ricevuto al battesimo: Antonio, scelto in onore di Sant’Antonio Abate, alla cui festa il nonno lo accompagnava ogni anno. E così, dopo essere stato conosciuto per tanti anni come fra Nazareno, tornò a essere fra Antonio.
Oggi Padre Antonio continua il suo cammino con la consapevolezza di non avere più vent’anni, ma con la serenità di chi ha attraversato tante stagioni della vita e continua ad affidarsi al Signore. I controlli medici fanno ancora parte della sua quotidianità, ma si sente bene. E, soprattutto, conserva la convinzione che ciò che conta sia accogliere ciò che il Signore dispone lungo il cammino.
Cinquant’anni di sacerdozio raccontano così una vita fatta di vocazione, studio, servizio, fraternità, sofferenza e rinascita. Una vita vissuta nelle mani di Dio e al servizio della Chiesa, dei Francescani e delle comunità incontrate.
A Padre Antonio, per il suo cinquantesimo anniversario di ordinazione sacerdotale, va dunque il grazie per questi anni donati al Vangelo e alle persone. E l’augurio più semplice e più grande: poter continuare ancora a lungo il suo cammino, sempre nelle mani di Gesù Cristo.



















