
L’associazione Via delle rondini, impegnata in percorsi di tutela idrica, chiama a raccolta comunità locali e amministrazioni dei territori interessati da captazioni e sfruttamento delle acque minerali e di sorgente, chiedendo alla Regione di vincolare una quota dei proventi ai Comuni sui cui territori insistono i bacini sfruttati, affinché possano finanziare azioni di salvaguardia, monitoraggio e riequilibrio ambientale.
SANTO STEFANO QUISQUINA – In Sicilia l’acqua continua a essere governata soprattutto come una risorsa da prelevare e mettere a valore, non come un sistema vivente da custodire, monitorare e rigenerare. La Regione disciplina con precisione le concessioni che autorizzano il prelievo dell’acqua destinata anche all’imbottigliamento, incassa canoni e proventi, registra i volumi emunti. Nel bilancio di previsione 2026 iscrive 1,7 milioni di euro di proventi delle miniere e delle sorgenti di acque minerali e termali. Ma quando quelle entrate finiscono nel bilancio regionale, il territorio scompare: scompaiono la sorgente, la falda, il bacino, scompaiono le persone che lo tutelano, scompare il Comune che sostiene il peso della captazione. E scompare anche un principio elementare: se da un territorio si estrae valore, quel territorio ha diritto almeno a una restituzione ecologica.
Non siamo davanti a una semplice lacuna amministrativa ma una precisa idea di governo dell’acqua che organizza il prelievo ma non organizza la riparazione; che disciplina lo sfruttamento ma non vincola la restituzione; che tratta come ordinaria la frattura tra il luogo in cui la risorsa viene presa e il luogo in cui dovrebbe essere difesa. È una macchina che sa contare l’acqua quando produce entrata, ma non la sa più vedere quando dovrebbe tornare sotto forma di tutela, monitoraggio, compensazione, riequilibrio del territorio.
Noi contestiamo questa impostazione alla radice.
Contestiamo che i proventi derivanti dalle concessioni di acque minerali e di sorgente confluiscano nel bilancio regionale senza alcun obbligo di destinazione alla salvaguardia dei corpi idrici da cui provengono. Contestiamo il fatto che in una regione in bancarotta idrica, siccità crescente, vulnerabilità degli acquiferi, fragilità delle reti e scarsità di dati pubblici realmente accessibili, non esista un meccanismo stabile che colleghi l’uso economico della risorsa al suo monitoraggio e alla sua tutela. Contestiamo una logica per cui i territori diventano utili quando c’è da estrarre e irrilevanti quando c’è da restituire.
E invece il punto è proprio questo: restituire.
Chiediamo che i proventi derivanti dalle concessioni di acque minerali e di sorgente siano vincolati per legge a un fondo dedicato alla tutela, al monitoraggio e al riequilibrio ambientale dei territori interessati dalle captazioni. Chiediamo che questo principio entri finalmente nell’ordinamento regionale: una parte del valore generato dallo sfruttamento dell’acqua deve tornare all’acqua.
Deve poter finanziare sostegno ai Comuni che ospitano concessioni in modo da poter garantire monitoraggi indipendenti, protezione delle aree, interventi di riequilibrio idrogeologico, misure di adattamento nei territori più esposti allo stress idrico.
e alle comunità che vedono passare ricchezza senza che si produca un obbligo di reinvestimento ambientale nei luoghi da cui quella ricchezza nasce.
Si tratta di un principio di giustizia ecologica.
La politica regionale deve essere chiamata a scegliere da che parte stare: continuare a trattare l’acqua come una voce contabile oppure riconoscere che ogni captazione genera una responsabilità pubblica verso il corpo idrico e verso il territorio di origine.
La tutela della risorsa idrica non si improvvisa nell’emergenza, si costruisce con una attenzione ai bacini idrici, con un’idea di governo che non separi mai l’uso della risorsa dalla sua cura. La pretendiamo perché in Sicilia l’acqua non può continuare a essere raccontata solo quando manca dai rubinetti o quando l’emergenza diventa notizia. Va guardata molto prima: nei dispositivi amministrativi, nei titoli concessori, nei bilanci, nei capitoli d’entrata, nei vuoti di destinazione, nei meccanismi che trasformano una risorsa comune in rendita senza ritorno ecologico obbligatorio.
Per questo annunciamo una mobilitazione pubblica per cambiare la governance regionale dell’acqua e ottenere ciò che oggi manca: una restituzione ecologica obbligatoria, stabile, trasparente, verificabile. Una azione, che non sia di compensazione occasionale o un “contentino” ai territori. Ma un principio nuovo, scritto nelle regole: chi trae valore da una risorsa comune non può continuare a lasciare ai territori solo il peso della sua estrazione.
Chiediamo ad attiviste e attivisti, comitati, amministratrici e amministratori locali, giuriste e giuristi, cittadini, e territori di unirsi al nostro appello per chiedere alla Regione di rispondere non in termini propagandistici, ma sul terreno concreto della destinazione delle risorse, della trasparenza, del monitoraggio, della restituzione.
L’acqua non può restare una voce di entrata. Deve tornare a essere una responsabilità politica.


