Chi vorrà commemorare Leonardo Sciascia?

“La verità e la menzogna hanno volti conformi e portamento, gusto e andatura simili; noi le guardiamo con lo stesso occhio. Trovo che noi siamo fiacchi nel difenderci dall’inganno, ma cerchiamo di farci abbindolare e ci offriamo spontaneamente.” Michel De Montaigne, “Degli zoppi” citato da Sciascia


Dopo vent’anni dalla morte di Leonardo Sciascia – l’anniversario cade il prossimo venti Novembre – si possono azzardare delle considerazioni, addirittura delle conclusioni. La sorte postuma del racalmutese – almeno in questi primi due decenni – è di sostanziale solitudine. Un strana quiete ne avvolge la memoria, un silenzio che ha del surreale ne circonda la figura e l’opera: è come quando con grande imbarazzo e cercando di non essere visti si abbandona un animale domestico per strada non sapendo più cosa farsene, dopo avere esaurito scarsi ed effimeri slanci affettivi. Una cattiva azione val bene la liberazione da un ingombro, un piccolo delitto si può commettere per ritrovare il sollievo di sentirsi liberi, senza vincoli, senza controllo. Il paragone, lo capiamo da soli, non calza alla perfezione. E tuttavia a sentirsi costantemente fastidioso, un continuo disturbo per quanti – ed erano tanti tra cretini e furbastri – rappresentavano “la versione ufficiale della realtà” fu proprio lui, lo scrittore di Regalpetra. Egli fu senza mediazione un intellettuale autentico e onesto – perseguì la verità sempre e non si sottrasse allo scontro neanche quando opportunità avrebbe suggerito prudenza – secondo due componenti che l’estensore della presente nota sta sviluppando in una ricerca condotta presso la Goethe Universitaet di Fancoforte sul Meno: egli guardò alla civiltà europea e a quella francese in particolare, come altrove esistenziale dove approdare in caso di naufragio – e lui naufragò diverse volte. Servendosi poi di questa sdoganò per intero il sentire, la Weltanschauung, integrale il mondo culturale del suo paese. «Non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità e della prudenza ma si è come si è». Il mite – solo in apparenza mite – maestro di Racalmuto è tutto qui! Ma non è poco!

Leonardo Sciascia nella sua opera letteraria e saggistica ha cercato prioritariamente di affermare due forti identità culturali: la sua ineludibile e consapevole sicilianità (il suo essere siciliano di provincia) e l’assunzione salvifica (per non impazzire!) di un’identità di pensiero, di militanza intellettuale e di scrittura francese, di una sua idea, per alcuni versi selettiva ed arbitraria, della Storia e della Civiltà Francese. Ciò non escludendo che allo scrittore siciliano gli apporti di cultura siano arrivati da altre realtà culturali, dalla tradizione letteraria italiana, dalla Spagna vista nel suo legame storico con la Sicilia e nelle sue espressioni di letteratura, dal mondo anglosassone, dai russi, dai tedeschi.

La Sicilia e la Francia dunque, secondo questa prospettiva, si pongono nello scrittore quale baricentro per affermare un radicale meridionalismo critico, comune in verità ad altri intelletuali siciliani postunitari. Sciascia intellettuale visse con disappunto e con spirito polemico la condizione di subalternità politica, economica e culturale della Sicilia nei confronti dello stato nazionale rappresentato dal potere delle istituzioni romane, dai predominanti interessi economici del norditalia e dall’industria culturale dell’informazione stampata, della radiotelevisione e dai gruppi editoriali più forti (anche questi del norditalia). Senza ignorare che proprio quest’industria dell’informazione ed editoriale norditaliana lo accolsero sia nella produzione libraria (la torinese Einaudi per esempio) sia negli interventi sull’attualità (è storia la sua collaborazione al milanese “Corriere della Sera”)

La sicilianità (sicilitudine secondo abusata definizione, per noi inadeguata e fastidiosa, ma che ha avuto una certa fortuna) di Leonardo Sciascia non fu tuttavia un attestarsi a difesa, sempre e comunque, di prerogative meridionaliste, che sono spesso sfociate, in altri intellettuali, nel vittimismo storico a senso unico (la Sicilia vittima e l’Italia carnefice): fu altro e più complesso fenomeno. Sciascia individuò proprio in Sicilia, in particolare nelle sua classi dominanti, gran parte della responsabilità del mancato sviluppo economico e civile dell’isola. Questa peculiare “chiamata in correo”, accordo nefasto tra convergenti interessi della grande borghesia industriale del norditalia e delle classi dominanti siciliane (i grandi proprietari del latifondo del postunità e successive evoluzioni), ci fa pensare ad una complessa forma di meridionalismo critico che segnò in modo duro l’opera e la testimonianza del racalmutese.

Lo scontro a tutto campo dello scrittore in nome del meridionalismo critico fu molto duro ed assunse in diverse occasioni le caratteristiche del dramma personale in termini di isolamento e di pubblica riprovazione. Sciascia, piccolo maestro elementare siciliano proveniente dalla provincia depressa dell’interno Sicilia, parve a molti intellettuali laureati un saccente parvenu che abusava del diritto di parola (scritta e diffusa) acquistato in forza di un’iniziale professione di fede politica, presto abbandonata con tanto di abiura.

La luna di miele con il Partito Comunista durerà la stagione di un mandato quale consigliere comunale a Palermo. Presto interverranno il divorzio e la contrapposizione esplicita, verificatesi in diverse durissime occasioni. I comunisti non gli perdoneranno mai (e non si perdoneranno mai) di avere investito su un intellettuale che aveva in principio dato segnali d’essere “organico”, inquadrato, capace di turarsi il naso, insomma di disciplina di partito. Non avevano capito nulla, non si erano lette le opere di esordio di Leonardo Sciascia con attenzione, giacchè i segnali dell’eresia, di una incontenibile tensione verso la libertà del pensiero, dell’analisi e della deduzione spregiudicata e inesorabilmente tagliente, i segnali dunque della futura contrapposizione c’erano tutti nelle prime prove di scrittura dell’intellettuale siciliano. Per acquisire gli elementi analitici di quanto diciamo rimandiamo alla lettura della ricerca che conduciamo con la Goethe Universitaet di Francoforte. Per intanto riferiamo solo di un emblematico evento che vide l’allora segretario del Partito comunista, quell’Enrico Berlinguer che impersonò il compromesso storico e l’eurocomunismo, ultimo dirigente sorretto da utopia del sol dell’avvenire non ancora del tutto svaporata a causa della forza dagli avvenimenti della storia che dissolsero il comunismo storico, scagliarsi a colpi di querela al cianuro contro il piccolo pensatore, ma di “tenace concetto”. Era il 23 Maggio del 1980 e Sciascia, oramai conclamato traditore dei compagni del PCI e deputato radicale, membro della Commissione sull’Affaire Moro, dichiarò di avere appreso dallo stesso Berlinguer, tre anni prima, nel corso di un colloquio, presente anche Renato Guttuso, che le Brigate Rosse ricevevano armi, denaro, asilo e campi militari di addestramento dalla Cecoslovacchia. Enrico Berlinguer smentì (i motivi sono intuibili) e querelò Leonardo Sciascia, come dire che querelò la verità, come tutti del resto capirono. Guttuso interpellato si comportò da uomo di panza, disse di non ricordare. Sciascia da parte sua, controquerelò Berlinguer per calunnia chiedendo esemplare punizione per averlo incolpato “sapendolo innocente”. I processi poi svanirono in un nulla di fatto, nessuno venne condannato e la verità rimase da accertare. Della vicenda rimane la testimonianza di una rottura tra Sciascia e la sinistra, che nello scrittore vide un fastidioso eretico, un mitomane inaffidabile.

Leonardo Sciascia l’eretico inquisito presunse di poter vestire i panni dell’inquisitore a sua volta (cos’altro può significare la sua predilezione per il genere giallo, per le inchieste su intrigati ed intriganti avvenimenti del passato e dell’attualità?) mettendo sotto accusa quelli che lui individuò essere inquisitori che disponevano di sale di tortura, prerogativa di emettere sentenze e di strumenti per l’erogazione della pena.

La Francia in questa prospettiva fu per Leonardo Sciascia una valvola di sfogo, un’uscita di emergenza, in definitiva un decisivo centro di interesse, addirittura una psicoprofilassi adottata per decentrarsi dal disagio esistenziale e intellettuale, un costante termine di paragone positivo a cui rivolse la sua attenzione di siciliano-italiano non omologato e non omologabile. Sciascia fu un testimone onesto del suo tempo, un testimone duro e acuto che spesso contraddisse il contesto di vita e di militanza intellettuale, sapendo di correre il rischio di contraddirsi, nel corso della sua evoluzione e del suo viaggio vissuto e realizzato in costante compagnia della ragione (disinteressata tensione verso la verità) e della sua facoltà di memoria, raffronto e deduzione. Caratteristiche queste che egli trovò non solo in certe espressioni letterarie di autori italiani e siciliani, ma soprattutto in esempi di pensiero e di scrittura di autori francesi quali amò e dai quali assunse quella che stiamo appunto definendo la sua identità intellettuale francese.

In più di un’occasione negli anni settanta e negli anni ottanta – due i casi più rumorosi – Leonardo Sciascia si scontrò con durezza con l’Italia che contava, l’Italia ufficiale, l’Italia dei massimi livelli politici istituzionali, l’Italia del giornalismo ideologico, l’Italia di un certo mondo della cultura.

Primo caso: nel 1978 il nostro paese visse la tragedia del rapimento di Aldo Moro, con brutale soppressione della scorta, e la sua uccisione nella “prigione del popolo” da parte del movimento eversivo Brigate Rosse. Nel corso della prigionia dell’uomo politico democristiano tra le due parti in conflitto, tra le Brigate Rosse ed i vertici politico-istituzionali italiani di Democrazia Cristiana e Partito Comunista, si ingaggiò una vera e propria guerra, non condotta con le armi classiche delle battaglie militari, bensì a colpi di parole, a colpi di “comunicati strategici” da un lato e di dichiarazioni individuali e più spesso collettive dall’altra. La guerra venne amplificata ad arte, con maestria da ambedue le parti, dagli organi di informazione della carta stampata e della radiotelevisione. In una siffatta guerra di parole (“ne uccide più la lingua che la spada” risultò essere in quell’occasione un detto di grande verità), Sciascia volle guardare oltre lo spesso strato di retorica brigatista da un lato e di retorica statolatrica di democristiani e comunisti dall’altro, e uscì con esemplare coraggio e spregiudicatezza intellettuale (francese, in certo qual modo) con un libro polemico L’affaire Moro nel quale dava la sua versione dei fatti e restituiva a questi (i fatti) una qualche dignità di verità o almeno di plausibile verosimiglianza. Le reazioni all’uscita del volumetto riferiscono di una aggressione piuttosto violenta, a diversi livelli, contro il mite illuminista siciliano, mite ma costantemente sostenuto da “tenace concetto”.

Secondo caso: dodici anni più tardi, il 10 Gennaio 1987, mentre si ingrossava in Sicilia la sacrosanta istanza di battere la mafia e si cercava una via culturale, politica e giudiziaria alla strategia antimafia, Leonardo Sciascia lanciò nello stagno, non il classico sassolino, bensì un macigno che avrebbe fatto dibattere lungamente e con asprezza chi del problema soleva interessarsi. Ci si riferisce al famoso articolo uscito sul “Corriere della Sera” col titolo I professionisti dell’antimafia nel quale il racalmutese mosse alcune critiche fondamentali a chi si intestava funzioni di contrasto alla criminalità organizzata sia a livello giudiziario (nel mirino in particolare il Consiglio Superiore della Magistratura), sia politico. Le polemiche e le strumentalizzazioni scaturite dall’intervento, certamente non conformista dello scrittore siciliano, assunsero ancora una volta il sapore di una vera aggressione, col risultato non casuale di un triste isolamento dell’intellettuale che reagì, allora come altre volte, con grande forza e dignità, talvolta con un pizzico di coraggio ostentato, di marca squisitamente siciliana.

Il caso Moro dunque e in ultimo lo scontro doloroso ed ingiusto con quelli che ebbe la lucidità ed il coraggio di chiamare i professionisti dell’antimafia furono i punti più alti dello scontro di Sciascia con L’Italia a lui contemporanea. Ma di elementi di disagio ce n’erano altri: ci si ricordi anche solo – la memoria qualifica in modo essenziale il valore delle esperienze intellettuali – che lo stesso scontro in quei decenni opponeva Pierpaolo Pasolini all’Italietta delle storie losche e dei complotti golpisti, stragisti, petroliferi, ipocritamente perbenisti, mafiosi, internazionali, – perciò avvenne che l’intellettuale siciliano interpretasse i cambiamenti della società italiana con strumenti di analisi e di espressione che si era procurato a Parigi, nella Parigi a lui contemporanea come nella Parigi degli ultimi secoli, soprattutto della grande stagione filosofica dell’illuminismo, e per quanto concerne la scrittura cercò i maestri di narrativa tra i romanzieri del diciannovesimo secolo.

I due polveroni ricordati sopra fecero sentire Sciascia estraneo al “contesto” italiano (il “contesto” nostrano nel contempo avvertiva, simmetrica, l’estraneità e l’atipicità dell’intellettuale racalmutese, più probabilmente il fastidio) che lo determinarono ad un’acre riaffermazione di due identità solo apparentemente lontanissime o addirittura in contraddizione tra di esse: la civiltà siciliana e quella francese, luoghi di sosta dopo una stanchezza mortale, luoghi di approdo dopo un naufragio.

Alla domanda posta nel titolo: “Chi vorrà commemorare Sciascia?” rispondiamo d’umor nero che saranno in pochi a volerlo, i pochi che come lui militano quali intellettuali senza partito né parrocchia, senza giornali e perciò prevalentemente senza voce. Saranno quei pochi che ancora credono con Sciascia – secondo la calzante espressione di Goffredo Fofi riferita al racalmutese – che “la verità c’è ed è individuabile, localizzabile; e che di conseguenza è definibile cosa è giusto e cosa è ingiusto e la possibilità di una lotta contro l’ingiusto dalla parte del giusto”. Il che equivale a individuale da che parte stanno i carnefici e da quale parte invece le vittime, differenza non da poco se si vuole evitare di andare in soccorso ai lupi dando una mano nel massacrare gli agnelli.


Vito Lo Scrudato