Sono sempre più numerosi gli studenti che si iscrivono presso le università del nord Italia. Solitamente provenienti de buone famiglie di dorata borghesia siciliana vanno incontro alla peggiore truffa professionale ed esistenziale della loro vita. Vi spieghiamo perché.

In tempi di rinnovata contrapposizione tra nord e sud Italia, capita di incontrare sempre più spesso genitori soli e poco consolati di figli mandati a studiare nelle università centro e norditaliane e di ascoltarne i racconti. Colpisce dai loro resoconti di vita una forte disillusione, se si vuole una dolorosa delusione, per l’esito sognato in rapporto all’esito realizzato: hanno iscritto i loro figli freschi di esame di Stato usciti dagli Istituti Superiori dei nostri paesi e delle nostre città presso Atenei di sicuro valore e di eccellente fama su al nord: Bocconi, Cattolica, Sapienza, Normale, ‘Ca Foscari, Luiss ed altro ancora. Il primo impatto è caratterizzato dalle spese di iscrizioni, di trasferimento, di soggiorno, affitti, sostentamento, bisogni personali, libri, mezzi di trasporto, eventuale auto, vita sociale. Tutte queste risorse economiche ovviamente beneficiano le città del nord sede di queste nominate università, si tratta di denaro, tanto denaro, che alimenta un’economia già ricca, oggi in vena di piagnistei e geremiadi leghiste. E questa è la prima truffa: le società del nord reclutano i figli della buona borghesia siciliana, si arricchiscono con le rimesse dei genitori che pagano e sorridono “i figli so pezze ‘e core!” mentre sognano per loro roseo futuro di affermazione e felicità. E qui si verifica la seconda parte della truffa, la più dolorosa e definitiva: i figli dopo brillante laurea trovano lavoro sempre al nord ed ivi rimangono. Ora chi scrive non vuole affermare che ciò sia tout court un male: per alcuni di loro si tratta di realizzare una dimensione professionale proficua e di buon valore esistenziale. Ma ne è valsa la pena? Probabilmente no, perché molti di questi giovani al contrario vivranno un disagio professionale da marginalizzazione razzistica (si rimane terroni fino alla quarta generazioni), non potranno fruire della presenza di efficienti e amorevoli genitori per crescere i loro figli, vivranno una separatezza con la realtà siciliana che ne può determinare un destino da “senza radici”, di sostanziale emarginazione sociale, con conseguente alienazione e assunzione di modelli acritici di consumo, senza integrarli con la cultura siciliana, che invece è una grande risorsa positiva in tutte le occasione di vita.

La scena sconsolata a cui si assiste sempre più spesso nei nostri paesi come a Palermo è di genitori appunto sperduti nelle grandi case ristrutturate alla moda, nelle loro ville di Mondello o di San Martino delle Scale che raccontano di grandi imprese dei loro figli divenuti ingranaggi decisivi di multinazionali con sedi a Milano e Londra o di ospedali della California. Davvero viene da pensare che siamo ridiventati nomadi, in fondo è la storia che si realizza in modo ciclico. Ma ne è valsa la pena? A giudicare dalla tristezza dei visi di questi sognanti e disillusi genitori siciliani non era proprio il caso di mandare i figli a studiare fuori. Siamo certi che anche i visi dei loro figli sono segnati da simmetrica mestizia, di dolorosa nostalgia. Meglio per tutti sarà per il futuro se  formuliamo l’idea coraggiosa e controcorrente di lasciare che i nostri figli costruiscano la loro vita qui, nei nostri paesi e nelle nostre città: dove il sole è più luminoso, dove il cibo è più gustoso, dove il paesaggio è più bello, dove potere affidare un bimbo all’affetto di una giovane nonna siciliana, dove potere discorrere di futuro con un genitore ricco d’anni e di esperienza.


Vito Lo Scrudato