MistrettaMUSSOMELI – La pioggia non ha fermato la presentazione del libro “Archivi del Sud. Una saga siciliana” di Antonio Mistretta.
Così, giovedì 5 settembre, alle 17.00, presso la Sala Pierino Imperia della Banca di Credito Cooperativo San Giuseppe, nell’ambito della quarta ed ultima sessione delle Giornate della Memoria organizzate dal Comitato Ager Sicanius, l’ex sindaco di Sutera Gero Di Francesco ha illustrato l’opera, mentre le lettrici Maria Rita Barba e Tania Sorce hanno dato lettura di alcuni brani, offrendo al pubblico presente un assaggio delle vicende narrate.
Non hanno fatto mancare la propria presenza tutti gli eredi della famiglia Sorce-Malaspina, la cui storia familiare è l’argomento principe del libro.

L’OPERA – “Archivi del Sud. Una saga siciliana” è edito da Bonanno editore, nella Collana “Scaffale del nuovo millennio”. Mistretta, a descrizione del romanzo, dichiara: “Non volevo che “i fantasmi del dopocena” , evocati quando ero bambino nelle conversazioni di mio padre, mio zio e mia nonna, svanissero per sempre nel nulla così, armato di pazienza, ho intrapreso una ricerca fra archivi pubblici e privati, con lo scopo di restituire alla memoria le memorie della mia famiglia paterna, che affonda le sue radici nel cuore granario della Sicilia, ma anche in quell’angolo di terra stretto fra le Alpi Apuane ed il mare che si chiama Lunigiana, dalla seconda metà del Settecento agli albori del Novecento.”

L’AUTORE – Antonio Mistretta, nato a Catania ma mussomelese di origine, non è nuovo alla scrittura. Anche se sono trascorsi diversi anni dalla pubblicazione del suo ultimo romanzo (Pelle di corallo, 1997), non ha mai smesso di scrivere, perché per lui “la vita vale la pena di essere vissuta finché si ha qualcosa da raccontare.”
Il suo primo romanzo (Casa di pietra, 1995), ambientato a Mussomeli, rappresenta soltanto un frammento di una delle storie familiari sviluppate successivamente in Archivi del Sud. In Pelle di Corallo, la sua seconda pubblicazione, invece il protagonista è un ramo di corallo (sic!) che racconta dapprima la propria vita sui fondali marini e poi le vite di tre donne catanesi del secolo scorso (dai primi novecento agli anni settanta) che hanno posseduto la spilla nella quale era stato trasformato.

L’ANALISI (testo concesso da Francesco Paolo Amico) – Archivi del sud ha avuto bisogno di una più lunga maturazione e preparazione prima di diventare un romanzo. L’autore ha iniziato infatti il lungo viaggio che lo ha condotto alla realizzazione dell’opera già negli anni sessanta del secolo scorso, quando ancora bambino sentiva nei discorsi del dopo cena i racconti di famiglia narrati dalla nonna Maria Barba, dal padre Antonino e dallo zio Giuseppe. In particolare quest’ultimo, medico condotto del paese, era un vero Pozzo di San Patrizio: un affidabile e prudente conservatore delle storie di famiglia. Negli anni successivi il nostro Mistretta ha maturato l’idea di mettere su carta quei racconti che aveva sentito e risentito più volte e che anche per questo sono rimasti scolpiti in maniera indelebile nella sua mente. Prima però aveva bisogno di raccogliere testimonianze e documenti che potessero avvalorare e convalidare le storie ascoltate. Approfondite ed entusiasmanti ricerche in archivi pubblici e privati, studi e raffronti hanno portato alla realizzazione finale dell’opera, così come il nostro autore desiderava. Ne è venuto fuori un romanzo che racconta fatti realmente accaduti. Archivi del sud narra la storia di quel ramo della famiglia Malaspina (nobile famiglia della Lunigiana) che prendendo il via da Alberico e passando da Palermo arriva a Mussomeli diventando Sorce-Malaspina. Alberico, natio della Lunigiana, infatti prende in moglie a Palermo Maria Migliore. La loro figlia Maria Angelica sposando Antonino Sorce si trasferisce a Mussomeli. Dal loro matrimonio don Antonino Sorce acquisisce il soprannome prestigioso di Malaspina che trasmetterà all’unico discendente di nome Salvatore come un secondo cognome vero e proprio. Dal matrimonio di Salvatore Sorce-Malaspina con Antonina Padronaggio vengono al mondo cinque figli: Antonino (in alto a sinistra) e Vincenzo (in basso a sinistra) che sono stati più volte sindaci, Giuseppe il domenicano malinconico e due figlie femmine rimaste zitelle: Maria Angelica e Maria Carmela. L’unico erede di tutta la famiglia nasce da una relazione di Antonino  con Stefanina Piparo, donna sposata con Luigi Mistretta. Il bambino chiamato Giuseppe (in alto a destra) acquisisce il cognome del padre putativo estinguendo per sempre il cognome Sorce-Malaspina.Il resto della narrazione è storia nota.
Realizzare un racconto con l’idea di far rivivere per sempre i propri arcavoli è un’esperienza che tutti dovremmo fare perché arricchisce se stessi e gli altri e poi come ricorda l’autore: se non si conosce il proprio passato, non si può vivere bene il presente, né prepararsi al futuro. E quando, magari dopo molti anni, qualcuno sfoglierà e leggerà quelle pagine le persone descritte ritorneranno a vivere. Sono i sentimenti che portano a dire a Mistretta, autore proiettato verso il futuro: avrei lasciato un vuoto se non l’avessi fatto !
La lettura del libro, contrariamente a quello che ci si potrebbe aspettare è piacevole e divertente: argomenti seri vengono trattati, non in maniera pesante, ma in forma lieve ed ironica. Il titolo è preso in prestito da Archivi del Nord di Marguerite Yourcenar: sua ispiratrice, assieme ad Oriana Fallaci con Un cappello pieno di ciliegie, libro postumo del 2008. Sembra quasi un caso che l’autore, nel corso delle ricerche effettuate, rintracci a Lille in Francia, dove è ambientato Archivi del Nord, un ramo della sua famiglia, come un caso sembrerebbe il ritrovamento del Frate Malinconico Giuseppe a cui il Comitato Ager Sicanius ha contribuito, grazie a ricerche effettuate da Calogero Barba. In realtà è come se la storia dei Sorce-Malaspina, ed in particolare quella di alcuni personaggi condannati ad una damnatio memoriae, volesse riemergere dalla penombra nella quale era stata relegata. Soltanto l’Orfanotrofio, che porta il nome della famiglia, eretto con un decreto reale del 14 febbraio 1886, è riuscito per più di un secolo a mantenere vivo il ricordo del nobile casato.  Ma da ventuno anni or sono (precisamente dal 30 giugno 1992) questo non è più possibile perché quell’istituzione, che ha fatto del bene alla comunità mussomelese, pur mantenuta in vita, attualmente non espleta nessuna delle attività descritte nello statuto originario. Della chiesetta, intitolata alla Madonna del Riparo, fatta edificare dalla famiglia Sorce-Malaspina come loro ultima dimora, molte persone ricordano più facilmente la tristemente nota curva nella quale si trova che l’importanza storica della cappella stessa.

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