Il Crocifisso di Belice: tra fede, storia e leggenda

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VILLALBA –  C’era una volta “Vanni Calabrisi”…. Un nome, soltanto un nome, tutto ciò che si conosce di quell’uomo misterioso che viveva nella grotta ai piedi del Castel Belice. Nessuno sa chi fosse, da dove venisse, o cosa tormentasse tanto il suo cuore. Ma tutti lo ricordano come l’uomo che da un tronco d’albero, trovato, per caso o per destino, nelle acque del fiume che scorre ai piedi del monte, diede vita a quel Crocifisso “che pace e perdono implora”. Si disperava Vanni, piangeva e pregava, era riuscito a scolpirne i piedi, le braccia, il costato … ma il volto no, non ne era degno. Vinto dalla stanchezza e dal rimorso si addormentò rassegnato. Al risveglio una dolce sorpresa lo attendeva, il Crocifisso era finito. Gridando al miracolo tutti erano accorsi alla grotta per ammirarlo, pastori, signori, servi; in quella mattina del 3 Maggio il Signore di Belice veniva portato, in commossa processione, alla chiesetta del Castello mentre di Vanni si perdevano le tracce. Terminata la sua espiazione, lo scultore se ne era andato. Aveva finalmente trovato la pace.
La storia vuole che quell’uomo, tanto pio quanto affranto, altro non fosse che Giovanni Calabrese divenuto Fra Innocenzo da Petralia dei Frati Minori, al quale nel 1638 fu commissionata l’opera che venne poi donata alla signora del feudo, la Duchessa Ferrandina Alvarez. Il frate compiva la sua missione di fede e di pietà proprio attraverso l’arte, attraverso quei Crocifissi che paiono animati da “palpiti di vita e di speranza”. La stessa speranza che ogni anno porta migliaia di fedeli in pellegrinaggio al Santuario di Belice. Qualunque fosse l’identità dello scultore, il vero miracolo è la intima e tenace devozione, perdurata attorno alla sua Creazione, che dopo tanti secoli non si è ancora spenta, ma si rinnova con il passare del tempo e delle generazioni.
A Belice il tempo sembra essersi fermato, tutto è rimasto semplice: le spoglie pareti della chiesa le cui uniche decorazioni sono rappresentate dai doni votivi pendenti qua e là, il grande cortile circondato dai ruderi di quelle che un tempo erano le mura perimetrali; la grotta di Vanni visitabile tutt’oggi; dei signori di un tempo non rimane che uno stemma ducale incastonato in un architrave.
Chi arriva a Belice percepisce subito un’atmosfera austera e severa, contaminata soltanto dalle numerose bancarelle che popolano il Santuario nel giorno della festa, unico segno del senso di materialità, caratteristica debolezza dell’umana condizione. Eppure il bisogno di immensità e grandezza traspare superbamente, testimoniato anche da quella Croce, situata alla fine di un breve sentiero che la collega al Santuario, interamente ricoperta da migliaia di nastrini rossi, tappa fondamentale per fedeli e peregrinanti che giungono, a piedi o meno, dai paesi vicini e da tutta l’isola.

Flavia Fruscione

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